Mons. Nicolosi: un vescovo fattosi Chiesa

Il Concilio attuato con coraggio, pazienza e umiltà

Venerdì 10 gennaio è morto Mons. Salvatore Nicolosi, uno degli ultimi Padri conciliari viventi, per ventotto anni vescovo di Noto dopo sette anni a Lipari. Come per Mons. Romero si disse “Un vescovo fatto popolo”, di Lui si può dire “Un vescovo fatto Chiesa, Chiesa secondo il Concilio Vaticano II”. Le prime parole di molti, appresa la notizia della sua morte, sono state: «Abbiamo perso un Padre». Ma pensandoci si può aggiungere un “Padre della Chiesa”, perché lui la Chiesa di Noto l’ha servita aiutandola a crescere per essere sempre più se stessa: non un insieme di attività, non un’organizzazione, non un esercito contro il mondo, ma Chiesa che, nello spirito del Concilio Vaticano II, ritorna alle fonti e si modella sulla Chiesa nascente (tema della sua lettera pastorale per il venticinquesimo di episcopato) e mette al centro le cose essenziali della fede: l’ascolto della Parola, l’Eucaristia, la fraternità, i poveri. Da qui un continuo aggiornamento recependo le istanze più vive del cammino postconciliare delle Chiese d’Italia e invitando i relatori più capaci di aiutare a pensare sul serio; da qui un continuo sollecitare ed accompagnare il rinnovamento della pastorale con coraggio, pazienza, umiltà. Chiesa, quindi, popolo di Dio in cui tutti i battezzati somo corresponsabili e possono vivere come figli adulti. Al culmine, dopo l’attenta Visita pastorale, c’è stata l’esperienza del Sinodo diocesano, con i sinodali in parte eletti durante le messe domenicali, con una grande libertà di confronto e la richiesta di franchezza e lealtà, con decisioni finali frutto di tanto ascolto e tanta ricerca. Chiesa, ancora, povera e dei poveri, tema che si è era un po’ smarrito (un importante prelato un giorno mi disse: «è un tema desueto!») e che papa Francesco ha ripreso con quella consapevolezza che già il Sinodo della Chiesa di Noto aveva messo al centro: i poveri hanno a che fare con Dio, con il suo agire, e con una evangelizzazione autentica. Ed anche il gemellaggio con la Chiesa di Butembo-Beni venne avviato con questo senso: «ritrovarsi alle periferie dell’Impero per cantare il Magnificat». Come non si stancava di sottolineare Mons. Nicolosi: un rapporto tra Chiese nella storia degli uomini, un gemellaggio non centrato sulle opere ma sulle relazioni e sul discernimento dei segni dei tempi, un annuncio della pace messianica.

Una paternità che fa crescere figli adulti e fratelli affettuosi

Si è fatto Chiesa, Chiesa del Concilio, Mons. Nicolosi con il modo con cui ha fatto il vescovo. Qualcuno ha detto: «Sembrava essere vescovo da sempre, la sua autorevolezza e signorilità un po’ intimoriva, ma poi scoprivi la sua profonda umanità, e che tutto questo favoriva relazioni vere». La distanza e la vicinanza erano un tutt’uno nella preoccupazione di rispettare ognuno e di invitare tutti a camminare insieme, ad evitare di essere battitori isolati. Da qui una chiara centralità, per Mons. Nicolosi, della vita cristiana ordinaria e della parrocchia. Da qui anche la valorizzazione di tutte le sensibilità, ed eventualmente la scelta di alcune istanze più aperte, sempre e solo perché prevalesse il cuore grande di Dio (e l’intelligenza e sapienza che ne derivano) e il respiro largo del Vangelo. E questo passava per l’accoglienza di ognuno, dei più deboli in particolare, interessandosi in prima persona di tante situazioni di povertà e di malattia. Con altrettanta attenzione ai fratelli nella fede ed in particolare ai preti: «Sapevamo sempre di poter essere ascoltati» – è la testimonianza di molti di loro. Ma faceva crescere anche attraverso una fede “pensata”, dando grande spazio e libertà alla teologia, grande fiducia a tutti a partire dai duplici titoli fondamentali: essere uomini, essere battezzati. Faceva crescere senza mai far emergere se stesso. La sua virtù era quella di far emergere le virtù dei figli e di rallegrarsene dicendo sempre di essere lui meno capace (essendo in realtà in lui la vera “capacità”, la capacità di accogliere e di tenere insieme i molti). Con fedeltà sponsale alla sua Chiesa, tanto che – in un tempo difficile per la diocesi di Noto, con tanti preti che lasciavano il ministero – quando gli fu proposto un avanzamento di carriera ecclesiastico, lui rifiutò, perché ormai la sua Sposa era la Chiesa di Noto! Quello che papa Francesco ha ricordato sull’esigenza che mai si confonda un ministero ecclesiale con una carriera, Mons. Nicolosi l’ha vissuto, testimoniato e … con grande e sana ironia, e altrettanto grande indulgenza, colto come uno dei problemi di tanti confratelli e di tanti laici.

 «Cogitor ergo sum», «Ogni gesto della fede è misurato dalla carità»

Ora, lui è la “sua” Chiesa, certo sempre e anzitutto affidata all’unico grande Pastore, a quel Gesù che lui si preoccupava di far «riscoprire lungo le strade della vita» (tema assegnato al Sinodo) perché non diventasse un “fantasma”. Chiesa di Cristo, quindi, e affidata ai vescovi … potendo dire che, man mano, si arrivava al suo «terzo successore» nella catena della trasmissione apostolica. E così questa Chiesa di Noto, anzitutto di Cristo, è al tempo stesso la Chiesa che Mons. Nicolosi ha fatto crescere con tanta dedizione e che ha continuato a crescere con i suoi successori, potendo contare sul senso di Chiesa da lui trasmesso. In una duplice direzione. Mons. Nicolosi era consapevole che anche lui aveva bisogno di affetto e negli ultimi anni, a chi andava a trovarlo, diceva «Cartesio non ha ragione. Nella vita non è importante il “Cogito, ergo sum” (penso, dunque sono), ma il “Cogitor, ergo sum” (sono pensato, quindi sono)». E il tempo del suo episcopato vissuto dopo le “dimissioni” (dall’incarico ma non dal rapporto ricco di affetto con sua Chiesa) abbiamo avuto un tempo di verità ulteriore, continuando a volerlo bene e ammirando il delicato e premuroso volergli bene di suor Urmila e suor Clemenzia, del suo medico, del suo “infermiere”, senza dire della sua famiglia sempre ricordata e amata. La mattina della sua morte si avvertiva un grande e sereno intreccio di affetti. La sera della sua morte era previsto un incontro unitario tra catechisti, animatori della carità e della liturgia con una riflessione biblica e un confronto in gruppi per comprendere come rinnovare la pastorale «fissando lo sguardo su Gesù». Si è mantenuto per saggia decisione di don Angelo (il vicario generale) e si è onorato mons. Nicolosi attuando una vita di Chiesa fatta di comunione (convergendo nell’indicazione che ci sono momenti in cui si è tutti e si sospende il resto) e nella tensione a cercare di capire come andare alla sostanza della pastorale rinnovando la freschezza del Vangelo e accogliendo i poveri, non con la sola assistenza, ma con l’affetto che li rende commensali e centrando su questo anche la catechesi. Anche le nuovissime generazioni ascoltavano commosse le parole di questo anziano vescovo scomparso la mattina che venivano lette all’inizio dell’incontro e che ne costituiscono ora il “testamento”:

 

 

 

 

È la sostanza del Vangelo che dobbiamo riscoprire nella sua integrità e nella sua freschezza sorgiva. È questo l’aggiornamento voluto dal papa Giovanni XXIII e che il Concilio Vaticano II ha indicato a tutta la Chiesa, perché si facesse “un balzo innanzi” nella penetrazione della dottrina cristiana a vantaggio del cammino degli uomini verso la riconciliazione perfetta, a edificazione di una Chiesa che fosse “come segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium 4)

 

La Chiesa non è opera di singoli, fossero pure grandi santi. La Chiesa è comunione, e quindi cammino comune, “sinodo”, nella sua stessa essenza. Ogni gesto ecclesiale deve quindi nascere nel rispetto e nell’ascolto fraterno, nel confronto sincero e leale, nell’attenzione e nel servizio ai più piccoli, nella magnanimità verso i limiti e le necessità dei più deboli.

 

Ogni gesto della fede è misurato dalla carità, che non può che iniziare da quanti sono più bisognosi del nostro affetto. Per questo il cuore delle decisioni sinodali è il capitolo sulla buona novella annunciata ai poveri. Questa buona novella annunciata ai poveri fu il cuore stesso del messaggio di Gesù lungo le strade della Palestina. Essa deve costituire ancora il cuore pulsante della nostra testimonianza lungo le nostre strade. Solo così raggiungeremo “la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo” (cfr. II Cr 4,2). È la gloria che rifulse soprattutto sul volto di Cristo ricoperto degli sputi del disprezzo e ferito dalla violenza degli uomini. È questo il volto che noi ancora oggi siamo chiamati a scoprire e baciare con gli stessi sentimenti con cui Francesco baciò il lebbroso.

Il sigillo di questi giorni di ricordo è stato dato dall’attuale vescovo e terzo successore di Mons. Nicolosi, Mons. Antonio Staglianò che con tanto affetto ha valorizzato la sapienza e la presenza orante del vescovo emerito che era rimasto a vivere in una casa alla periferia di Noto (che diventerà luogo di accoglienza gestito dalla Fondazione Madre Teresa da lui voluta). Così ha scritto Mons. Staglianò sul libro delle firme, mettendosi tra i fedeli ma anche interpretando come pastore il comune sentire della Chiesa netina (e non solo, dati i messaggi pervenuti da tutta Italia)

 

Grazie dal profondo del cuore, a nome di tutta la chiesa di Noto.

– per aver edificato la fede in questo territorio secondo gli avvenimenti illuminanti del concilio vaticano II;

– per aver saputo costruire “comunione” nel presbiterio e nel popolo di Dio “camminando insieme” con tutti;

– per aver riconosciuto Gesù nei poveri e nei sofferenti, donando la testimonianza di carità e misericordia verso i più afflitti;

– per aver amato i Vescovi successori incoraggiandoli nel difficile compito di guidare la diocesi;

– per avermi voluto bene sin dall’inizio accogliendomi come un padre accoglie un figlio ed è contento nel vederlo crescere e maturare;

– per aver dichiarato sempre con convinzione che è la fede in Gesù che vince il mondo e la morte e dona gioia, speranza, amore e pace nella nostra vita.

 Ora aiutaci dall’alto.

 Con gratitudine

 + Antonio Staglianò

 Vescovo di Noto

 e ” III successore “

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